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lunedì 31 ottobre 2011
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mercoledì 30 marzo 2011
Il nucleare e l'acqua: nessun dorma
Di Stella Bianchi
Il 12 e il 13 giugno prossimi i cittadini avranno la possibilità di decidere su tre questioni importanti che riguardano la vita e il futuro di ognuno di noi. Per noi del Partito democratico la scelta è chiara: un sì contro il legittimo impedimento, un sì contro il nucleare, un sì per l`acqua pubblica e contro la privatizzazione forzata imposta dal governo Berlusconi e una nostra proposta di legge per il governo pubblico del servizio idrico integrato.
Abbiamo sempre espresso con forza la nostra contrarietà al piano di ritorno al nucleare voluto dal governo Berlusconi. Lo ripetiamo da mesi e con motivazioni tutt`altro che ideologiche. Secondo il piano approssimativo del governo dovremmo importare una tecnologia vecchia e non ancora sperimentata, sopportare costi altissimi e per di più incerti, tempi lunghissimi di realizzazione degli impianti senza alcun piano certo di gestione delle scorie radioattive, neppure di quelle già esistenti nelle centrali non ancora smantellate.
Il ritorno al nucleare voluto dal governo è una scelta sbagliata che non ha il consenso dei cittadini e che tanto più va ripensata ora. La tragedia giapponese dimostra con chiarezza un fatto semplice e terribile: non è eliminabile il rischio di un incidente in una centrale nucleare. Neppure nel paese più attrezzato al mondo contro il rischio di terremoti e maremoti.
Certo, in Giappone è accaduto qualcosa di eccezionale, un terremoto e un maremoto di intensità fuori dall`ordinario. È poco probabile che accada un evento del genere. Così come è poco probabile che si verifichino incidenti di altro tipo in una centrale nucleare che rispetta tutte le norme di sicurezza. Poco probabile ma non impossibile. E quella scarsa probabilità va misurata con le conseguenze. I danni possono essere incalcolabili. Vasti territori contaminati per migliaia di anni, la salute degli abitanti e di un numero indefinito di generazioni future a rischio, malattie che si sviluppano negli anni e malformazioni nei nuovi nati. Questo è già accaduto. Sta a noi imparare la lezione, agire davvero secondo il principio di precauzione, ispirare i nostri comportamenti, le nostre politiche, le nostre attività economiche inclusa la produzione di energia alla necessaria umiltà nei confronti della natura e al rispetto dell`ambiente per noi e per le generazioni future.
Da Fukushima arriva una lezione per tutti. Per la Germania, per la Francia, per gli Stati Uniti. Solo in Italia il governo ha tentato per giorni di negare la realtà per poi dichiarare una moratoria di un anno rispetto al proprio piano nucleare. Parole mentre gli atti, come il decreto sui criteri per la localizzazione dei siti, stanno continuando il loro percorso. Opportunismo sulla pelle dei cittadini, un tentativo di distrarre dal referendum che non farà molta strada. Noi saremo città per città a sostenere le ragioni del sì per fermare il nucleare e di una idea per il futuro del nostro paese che è nell`economia verde e in un piano nazionale fondato sull`efficienza energetica e sulle fonti rinnovabili.
Allo stesso modo siamo per il sì all`acqua pubblica e per il no alla privatizzazione forzata imposta dal governo Berlusconi e a questo uniamo una nostra proposta di legge.
Lo abbiamo denunciato più volte: il decreto Ronchi sottrae alle comunità locali la possibilità di scelta e le obbliga a svendere un patrimonio prezioso per la collettività. Crea le condizioni perché si realizzino monopoli privati in un settore come quello del servizio idrico integrato, fatto di acquedotti, fognature, depuratori, che per sua natura è sottratto alla possibilità di concorrenza dopo l`affidamento del servizio.
Intorno all`acqua pubblica c`è un interesse fondamentale per tutti noi, obiettivi irrinunciabili. La tutela di una risorsa scarsa e insostituibile per la vita. La garanzia a tutti, in ogni angolo del paese, di un servizio della massima qualità e a tariffe eque. Il rafforzamento del ruolo pubblico nella programmazione del servizio e degli investimenti, nella regolazione e nel controllo restituendo le scelte fondamentali ai cittadini attraverso i loro sindaci e affidando ad una autorità nazionale di controllo il compito di vigilare con poteri stringenti.
Ci vuole una visione di insieme, un quadro di regole certe che ridia stabilità a un settore così rilevante che è stato manomesso dai tanti frammentati interventi del governo Berlusconi. E insieme a questo va data priorità alla realizzazione degli investimenti con un`attenzione a facilitare con tariffe più basse le fasce sociali disagiate e le famiglie numerose.
Ciò che serve all`Italia è un piano paese per l`acqua, un programma ambizioso che garantisca che il servizio di depurazione funzioni nell`intero paese, che vengano ridotti sprechi e dispersioni dell`acqua, che sia migliorata la salvaguardia del territorio. Ci vuole una politica industriale per l`acqua, una sapiente gestione che unisca efficienza, efficacia, economicità, dimensioni di scala adeguate, tecnologie, competenze manageriali e organizzative. Solo così si potranno realizzare gli obiettivi di equità, solidarietà, riequilibrio territoriale, rispetto per l`ambiente e per le generazioni future che ci stanno a cuore.
Il 12 e il 13 giugno prossimi i cittadini avranno la possibilità di decidere su tre questioni importanti che riguardano la vita e il futuro di ognuno di noi. Per noi del Partito democratico la scelta è chiara: un sì contro il legittimo impedimento, un sì contro il nucleare, un sì per l`acqua pubblica e contro la privatizzazione forzata imposta dal governo Berlusconi e una nostra proposta di legge per il governo pubblico del servizio idrico integrato.
Abbiamo sempre espresso con forza la nostra contrarietà al piano di ritorno al nucleare voluto dal governo Berlusconi. Lo ripetiamo da mesi e con motivazioni tutt`altro che ideologiche. Secondo il piano approssimativo del governo dovremmo importare una tecnologia vecchia e non ancora sperimentata, sopportare costi altissimi e per di più incerti, tempi lunghissimi di realizzazione degli impianti senza alcun piano certo di gestione delle scorie radioattive, neppure di quelle già esistenti nelle centrali non ancora smantellate.
Il ritorno al nucleare voluto dal governo è una scelta sbagliata che non ha il consenso dei cittadini e che tanto più va ripensata ora. La tragedia giapponese dimostra con chiarezza un fatto semplice e terribile: non è eliminabile il rischio di un incidente in una centrale nucleare. Neppure nel paese più attrezzato al mondo contro il rischio di terremoti e maremoti.
Certo, in Giappone è accaduto qualcosa di eccezionale, un terremoto e un maremoto di intensità fuori dall`ordinario. È poco probabile che accada un evento del genere. Così come è poco probabile che si verifichino incidenti di altro tipo in una centrale nucleare che rispetta tutte le norme di sicurezza. Poco probabile ma non impossibile. E quella scarsa probabilità va misurata con le conseguenze. I danni possono essere incalcolabili. Vasti territori contaminati per migliaia di anni, la salute degli abitanti e di un numero indefinito di generazioni future a rischio, malattie che si sviluppano negli anni e malformazioni nei nuovi nati. Questo è già accaduto. Sta a noi imparare la lezione, agire davvero secondo il principio di precauzione, ispirare i nostri comportamenti, le nostre politiche, le nostre attività economiche inclusa la produzione di energia alla necessaria umiltà nei confronti della natura e al rispetto dell`ambiente per noi e per le generazioni future.
Da Fukushima arriva una lezione per tutti. Per la Germania, per la Francia, per gli Stati Uniti. Solo in Italia il governo ha tentato per giorni di negare la realtà per poi dichiarare una moratoria di un anno rispetto al proprio piano nucleare. Parole mentre gli atti, come il decreto sui criteri per la localizzazione dei siti, stanno continuando il loro percorso. Opportunismo sulla pelle dei cittadini, un tentativo di distrarre dal referendum che non farà molta strada. Noi saremo città per città a sostenere le ragioni del sì per fermare il nucleare e di una idea per il futuro del nostro paese che è nell`economia verde e in un piano nazionale fondato sull`efficienza energetica e sulle fonti rinnovabili.
Allo stesso modo siamo per il sì all`acqua pubblica e per il no alla privatizzazione forzata imposta dal governo Berlusconi e a questo uniamo una nostra proposta di legge.
Lo abbiamo denunciato più volte: il decreto Ronchi sottrae alle comunità locali la possibilità di scelta e le obbliga a svendere un patrimonio prezioso per la collettività. Crea le condizioni perché si realizzino monopoli privati in un settore come quello del servizio idrico integrato, fatto di acquedotti, fognature, depuratori, che per sua natura è sottratto alla possibilità di concorrenza dopo l`affidamento del servizio.
Intorno all`acqua pubblica c`è un interesse fondamentale per tutti noi, obiettivi irrinunciabili. La tutela di una risorsa scarsa e insostituibile per la vita. La garanzia a tutti, in ogni angolo del paese, di un servizio della massima qualità e a tariffe eque. Il rafforzamento del ruolo pubblico nella programmazione del servizio e degli investimenti, nella regolazione e nel controllo restituendo le scelte fondamentali ai cittadini attraverso i loro sindaci e affidando ad una autorità nazionale di controllo il compito di vigilare con poteri stringenti.
Ci vuole una visione di insieme, un quadro di regole certe che ridia stabilità a un settore così rilevante che è stato manomesso dai tanti frammentati interventi del governo Berlusconi. E insieme a questo va data priorità alla realizzazione degli investimenti con un`attenzione a facilitare con tariffe più basse le fasce sociali disagiate e le famiglie numerose.
Ciò che serve all`Italia è un piano paese per l`acqua, un programma ambizioso che garantisca che il servizio di depurazione funzioni nell`intero paese, che vengano ridotti sprechi e dispersioni dell`acqua, che sia migliorata la salvaguardia del territorio. Ci vuole una politica industriale per l`acqua, una sapiente gestione che unisca efficienza, efficacia, economicità, dimensioni di scala adeguate, tecnologie, competenze manageriali e organizzative. Solo così si potranno realizzare gli obiettivi di equità, solidarietà, riequilibrio territoriale, rispetto per l`ambiente e per le generazioni future che ci stanno a cuore.
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martedì 15 marzo 2011
Nucleare, la scelta sbagliata
Il terremoto giapponese mette in allarme il mondo sui rischi imponderabili che la scelta dell'atomo può provocare. Bersani: siamo stati, siamo e saremo contro il piano nucleare del governo.
Il terremoto in Giappone e l'allarme nucleare dopo le esplosioni nelle centrali di Fukushima e Tokai e Onagawa mettono in allarme la gestione l'intera gestione energetica mondiale e pongo nuovi interrogativi sull'effettivo e necessario uso dell'energia nucleare.
Mentre si piangono ancora le migliaia di morti in un numero crescente non ancora quantificabile, l'attenzione mondiale resta ancorata sugli effetti che l'esplosione del reattore numero 3 dell'impianto nucleare di Fukushima potrebbe provocare per il Giappone e i territori limitrofi. Attualmente le barre di combustibile non sono completamente sommerse dall'acqua di raffreddamento e questo fa sì che si possa creare un processo di fusione con conseguente creazione di idrogeno che, danneggiando le stesse barre, provocherebbe fuoriuscita di isotopi radioattivi. Questa mattina, ore italiane, nella terra del Sol Levante pioveva il che significava una minaccia per la popolazione viste le possibilità che le polveri si potessero spargere in un raggio molto più ampio.
Il paradosso più scontato sta proprio nell'analisi di una catastrofe accaduta in un paese all'avanguardia per tecnologia, sicurezza e edilizia: cosa sarebbe accaduto nel caso il terremoto avesse colpito un luogo con caratteristiche molto meno evolute. Cosa sarebbe accaduto, per assurdo, in Italia?
Già proprio quell'Italia che oggi è bloccata sui problemi giudiziari del premier come priorità assoluta da risolvere e dove un governo qualunquista rilancia in maniera del tutto superficiale la scelta nucleare come risposta al fabbisogno energetico. Qui non si deve decidere se il nucleare faccia bene o male, se sia “buono o cattivo”, qui si dichiara con fermezza che non si può considerare la scelta dell'atomo come andare al supermercato o prendere un caffè. È proprio l'imponderabile che arriva dal Giappone che fa aprire gli occhi ai governi un po' troppo permissivi e legati a ragioni di lucro che hanno poco a che vedere con la ricerca di nuove forme di approvvigionamento energetico.
La Francia, il paese europeo che ha adottato la scelta nucleare con più solerzia e convinzione, ha dichiarato di avere qualche perplessità circa le informazioni ufficiali che arrivano da Tokyo. Molto probabilmente quelli del governo giapponese sono dati molto al ribasso rispetto la reale minaccia di radiazione. Ma la scelta nipponica non è troppo da biasimare se vista nell'intento di evitare scene di panico collettivo o allarmi che potrebbero essere più nocivi dell'effettiva gravità della situazione.
Questi sono solo alcune immediate considerazioni che dovrebbero far riflettere il governo italiano sulla faciloneria con cui ha indicato l'atomo come la panacea del fabbisogno energetico del Bel Paese.
"In questo momento - ha detto il segretario del PD, Pier Luigi Bersani - rivolgiamo un pensiero a quegli eroi che stanno cercando di contenere i danni e mettere sotto controllo le centrali" in Giappone. "Quanto a noi, siamo stati, siamo e saremo contro il piano nucleare del governo".
Il terremoto in Giappone e l'allarme nucleare dopo le esplosioni nelle centrali di Fukushima e Tokai e Onagawa mettono in allarme la gestione l'intera gestione energetica mondiale e pongo nuovi interrogativi sull'effettivo e necessario uso dell'energia nucleare.
Mentre si piangono ancora le migliaia di morti in un numero crescente non ancora quantificabile, l'attenzione mondiale resta ancorata sugli effetti che l'esplosione del reattore numero 3 dell'impianto nucleare di Fukushima potrebbe provocare per il Giappone e i territori limitrofi. Attualmente le barre di combustibile non sono completamente sommerse dall'acqua di raffreddamento e questo fa sì che si possa creare un processo di fusione con conseguente creazione di idrogeno che, danneggiando le stesse barre, provocherebbe fuoriuscita di isotopi radioattivi. Questa mattina, ore italiane, nella terra del Sol Levante pioveva il che significava una minaccia per la popolazione viste le possibilità che le polveri si potessero spargere in un raggio molto più ampio.
Il paradosso più scontato sta proprio nell'analisi di una catastrofe accaduta in un paese all'avanguardia per tecnologia, sicurezza e edilizia: cosa sarebbe accaduto nel caso il terremoto avesse colpito un luogo con caratteristiche molto meno evolute. Cosa sarebbe accaduto, per assurdo, in Italia?
Già proprio quell'Italia che oggi è bloccata sui problemi giudiziari del premier come priorità assoluta da risolvere e dove un governo qualunquista rilancia in maniera del tutto superficiale la scelta nucleare come risposta al fabbisogno energetico. Qui non si deve decidere se il nucleare faccia bene o male, se sia “buono o cattivo”, qui si dichiara con fermezza che non si può considerare la scelta dell'atomo come andare al supermercato o prendere un caffè. È proprio l'imponderabile che arriva dal Giappone che fa aprire gli occhi ai governi un po' troppo permissivi e legati a ragioni di lucro che hanno poco a che vedere con la ricerca di nuove forme di approvvigionamento energetico.
La Francia, il paese europeo che ha adottato la scelta nucleare con più solerzia e convinzione, ha dichiarato di avere qualche perplessità circa le informazioni ufficiali che arrivano da Tokyo. Molto probabilmente quelli del governo giapponese sono dati molto al ribasso rispetto la reale minaccia di radiazione. Ma la scelta nipponica non è troppo da biasimare se vista nell'intento di evitare scene di panico collettivo o allarmi che potrebbero essere più nocivi dell'effettiva gravità della situazione.
Questi sono solo alcune immediate considerazioni che dovrebbero far riflettere il governo italiano sulla faciloneria con cui ha indicato l'atomo come la panacea del fabbisogno energetico del Bel Paese.
"In questo momento - ha detto il segretario del PD, Pier Luigi Bersani - rivolgiamo un pensiero a quegli eroi che stanno cercando di contenere i danni e mettere sotto controllo le centrali" in Giappone. "Quanto a noi, siamo stati, siamo e saremo contro il piano nucleare del governo".
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mercoledì 26 gennaio 2011
27 gennaio 2011 - Giorno della Memoria
La frase dello scrittore Primo Levi "meditate che questo è stato" e l'immagine del polso di un detenuto in un lager con tatuato il numero identificativo di prigionia sono stati scelti dal Partito Democratico per ricordare l'Olocausto.
Il 27 gennaio è il giorno della Memoria, memoria dell’Olocausto, memoria delle atrocità compiute dall’uomo sull’uomo, memoria del male assoluto.
Un male che ha mietuto milioni di vite:
Ebrei 5 - 9 milioni.
Polacchi non ebrei 1,8 - 2 milioni
Rom e Sinti 220 - 500 mila
Disabili e Pentecostali 200 - 250 mila
Testimoni di Geova 2 - 5 mila
Dissidenti politici 1,5 - 2 milioni
Slavi 1 - 2,5 milioni
Prigionieri di guerra Sovietici 2 - 3 milioni.
TOTALE 12,25 - 17,75 MILIONI di esseri umani.
Polacchi non ebrei 1,8 - 2 milioni
Rom e Sinti 220 - 500 mila
Disabili e Pentecostali 200 - 250 mila
Testimoni di Geova 2 - 5 mila
Dissidenti politici 1,5 - 2 milioni
Slavi 1 - 2,5 milioni
Prigionieri di guerra Sovietici 2 - 3 milioni.
TOTALE 12,25 - 17,75 MILIONI di esseri umani.
Nonostante questo male sia stato sconfitto il 27 gennaio del 1945 svelato dalle atrocità di Auschwitz, mai è stato debellato, il male che porta il nome di “Antisemitismo”.
La Giornata della Memoria deve essere qualcosa di molto attuale e non un rituale, un’azione attiva e non la celebrazione di una storia immobile e lontana nel tempo.
Bisogna impedire la negazione della storia e ostacolare l’ingiustificabile capovolgimento della realtà, il pericolo esiste, e non va sottovalutato, una tragedia come quella delle camere a gas, dello sterminio di ebrei, zingari, omossessuali, non può essere negata, eppure, ancora oggi, c'è chi continua ad impedire che la memoria porti con sé i semi della verità.
In una società addormentata e distratta da falsi problemi e con una crisi economica dalle conseguenze gravissime dobbiamo impegnarci per isolare ogni tentativo di intolleranza e discriminazione, la memoria deve essere il vaccino al virus dell’antisemitismo, il vaccino contro l’indifferenza, contro il rischio che esploda e che infetti il corpo fragile della società e con esso il rischio di diffondersi in altre forme di crimini contro l’umanità.
Quindi, il ricordare diventa un dovere etico il cui significato deve essere tramandato di generazione in generazione a testimonianza di un evento tragico che dovrà per sempre rimanere quale monito nella memoria delle generazioni future, perché ciò che è stato interroghi ancora oggi le nostre coscienze per non dimenticare che odio e pregiudizio sono le cause che l’hanno determinato, dal momento che l'intolleranza, il pregiudizio, la violenza razziale, religiosa ed omofoba non sono state estirpate, ma sopravvivono anche nel presente.
Lo stesso Primo Levi ribadiva come resta sempre costante il rischio che quella catastrofe si riproponga: “E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire“ (dal libro “i sommersi e i salvati”).
Per chi è chiamato ad assolvere responsabilità nella politica come nella società, deve sentire su di sé l’impegno morale di non alimentare mai questi sentimenti, deve sentire l’urgenza morale di unire e non di dividere e di aiutare la comprensione reciproca.
Il contributo del Partito Democratico:
Il contributo di Graziano Esposito:
La violenza inutile.Istituita con una legge dello Stato soltanto undici anni fa, il Giorno della Memoria, a detta anche di autorevoli commentatori, rischia un pericoloso scivolamento nella retorica o nella ritualità dei ricordi facendo venir meno lo scopo iniziale della Giornata, ossia ricordare per creare una coscienza umana come antidoto per ogni violenza, persecuzione e discriminazione.
Sicuramente Levi è, tra i superstiti di Auschwitz, quello che ha più impegnato la propria esistenza a far conoscere tutto il male della Shoah.
Nel cap. V della sua ultima opera “I sommersi e i salvati”, Levi traccia uno spaccato delle violenze che erano perpetrate nei lager. Violenza inutile. Perché esiste una violenza utile? Purtroppo sì.
La morte, anche non provocata, anche la più clemente, è una violenza, ma è tristemente utile, né è inutile, in generale, l’assassinio.
Messi da parte i casi di follia omicida, chi uccide sa perché lo fa: per denaro, per sopprimere un nemico vero o presunto, per vendicare un’offesa. Le guerre sono detestabili, sono un pessimo modo per risolvere le controversie tra nazioni o tra fazioni, ma non si possono definire inutili.
Ora io credo che i dodici anni hitleriani abbiano condiviso la loro violenza con molti altri spazi-tempi storici, ma che siano stati caratterizzati da una diffusa violenza inutile, fine a se stessa, volta unicamente alla creazione di dolore.
All’inizio della sequenza del ricordo sta il treno che ha segnato la partenza verso l’ignoto: non solo per ragioni cronologiche, ma anche per la crudeltà gratuita con cui erano impiegati a uno scopo inconsueto quegli (altrimenti innocui) convogli di comuni carri merci.
Ora, cinquanta persone in un vagone merci stanno molto a disagio, possono sdraiarsi tutte simultaneamente per riposare, ma solo corpo a corpo. Se sono cento o più, anche un viaggio di poche ore è un inferno, si deve stare in piedi o accovacciati a turno.
La nudità del vagone era totale. Le autorità tedesche non provvedevano letteralmente a nulla: né viveri, né acqua, né stuoie o paglia sul pavimento di legno, né recipienti per i bisogni corporali, e neppure si curavano di avvertire le autorità locali dei campi di raccolta, di provvedere in qualche modo. Un avviso non sarebbe costato nulla: ma appunto, questa sistematica negligenza si risolveva in un’inutile crudeltà, in una deliberata creazione di dolore che era fine a se stessa.
Da Westerbork, in Olanda, partirono novantatré treni con un migliaio di deportati per ogni treno. I superstiti furono circa cinquecento.
Qualche volta il convoglio veniva fermato in qualche stazione e venivano aperte le porte dei vagoni.
Ai prigionieri era concesso di scendere per i bisogni impellenti, ma di rimanere nei pressi dei binari.
Le SS della scorta non nascondevano il loro divertimento nel vedere uomini e donne accovacciarsi dove potevano, e i passeggeri tedeschi esprimevano apertamente il loro disgusto: gente come questa meritava il suo destino, basta vedere come si comportano, non sono essere umani ma bestie, porci; è evidente come la luce del sole.
Ma come affermava Levi, tutto ciò era solo il prologo. Nella vita che doveva seguire, nel ritmo quotidiano del lager, l’offesa al pudore rappresentava, almeno all’inizio, una parte importante della sofferenza globale.
Non era facile né indolore abituarsi all’enorme latrina collettiva, ai tempi stretti e obbligati, alla presenza davanti a te dell’aspirante alla successione.
Tuttavia, entro poche settimane il disagio si attenuava fino a sparire; sopravveniva (non per tutti!) l’assuefazione, il che è un modo caritatevole di affermare che la trasformazione da essere umani in animali era sulla buona strada.
Probabilmente questa trasformazione da esseri umani in animali non è stata mai progettata né formulata chiaramente. Era una conseguenza logica del sistema. Un regime disumano diffonde ed estende la sua disumanità in tutte le direzioni, anche e specialmente verso il basso.
Le donne di Birkenau raccontano che, una volta conquistata una gamella (una grossa scodella di lamiera smaltata), se ne dovevano servire per tre usi distinti: per riscuotere la zuppa quotidiana, per evacuarvi di notte, e per lavarsi quando c’era l’acqua ai lavatoi.
Appena arrivati al campo, l’offesa al pudore continuava con la costrizione alla nudità. Nudità che non riguardava soltanto l’abbigliamento ma anche i capelli e tutti gli altri peli. Un uomo nudo e scalzo si sente i nervi e i tendini recisi: è una preda inerme. Gli abiti, anche quelli più immondi sono una difesa tenue ma indispensabile. Chi non li ha non percepisce più se stesso come un essere umano, bensì come un verme che sa di poter essere schiacciato da un momento all’altro.
Esiste un’invenzione che è nata proprio ad Auschwitz: il tatuaggio.
Di per sé l’operazione era poco dolorosa e durava soltanto qualche minuto, ma era traumatica.
Il suo significato simbolico era chiaro a tutti: questo è un segno indelebile, di qui non uscirete più; questo è il marchio che s’imprime agli schiavi e al bestiame destinati al macello, e tali voi siete diventati. Non avete più un nome. Questo è il vostro nuovo nome.
Anche la violenza del tatuaggio era una violenza gratuita, fine a se stessa, pura offesa.
Non bastavano i tre numeri di tela cuciti ai pantaloni, alla giacca e al mantello invernale? No, non bastavano, occorreva un messaggio non verbale, affinché l’innocente sentisse sulla sua carne la sua condanna.
Primo Levi, a questo punto, si pone la domanda: se gli ebrei dovevano morire perché i nazisti non hanno ucciso le loro vittime dove li trovavano, cosa sicuramente più economica, anziché affannarsi a trascinarli con i loro treni per portarli a morire lontano, dopo un viaggio insensato?
Veramente si è indotti a pensare che la scelta imposta dall’alto fosse quella che comportava la massima afflizione, il massimo spreco di sofferenze fisiche e morali. Il nemico non soltanto doveva morire, ma morire nel tormento.
L’estrema umiliazione avveniva sulle spoglie umane dopo la morte. I trattamenti cui erano sottoposti nei lager volevano esprimere che non si trattava di resti umani, ma di materia bruta, indifferente, buona, nel migliore dei casi per qualche impiego commerciale.
Le ceneri umane provenienti dai forni crematori, tonnellate il giorno, erano facilmente riconoscibili come tali, poiché contenevano spesso denti o vertebre.
Ma nonostante ciò furono usati per vari scopi: per colmare terreni paludosi, come isolante termico nelle intercapedini di costruzioni di legno, come fertilizzante fosforico, in modo particolare furono impiegate al posto della ghiaia per rivestire i sentieri del villaggio delle SS situato accanto al campo.
Qui Levi chiosa, con macabra ironia, che non sa se per pura callosità, o se non invece, perché, per la sua stessa origine, quello era materiale da calpestare. A conclusione del suo drammatico capitolo sulla “violenza inutile”, Levi richiama alcune battute tratte dall’intervista che la scrittrice Gitta Sereny fece a Franz Stangl, ex comandante del lager di Treblinka (intervista tratta dal libro “In quelle tenebre”, Adelphi, Milano, 1975, p.135): “Visto che li avreste uccisi tutti… che senso avevano le umiliazioni, le crudeltà? ” chiese la scrittrice a Stangl detenuto nelle carceri di Dussendorf. Questa fu la risposta: ”Per condizionare quelli che dovevano eseguire materialmente le operazioni. Per rendere possibile fare ciò che facevano”. In altre parole, prima di morire, la vittima deve essere degradata, affinché l’uccisore senta meno il peso della sua colpa. E’ una spiegazione non priva di logica, ma che grida al cielo: è l’unica utilità della violenza inutile.
La difficoltà del testimone è accentuata dal fatto che loro sono costretti a raccontare episodi di una crudeltà così enorme e di così grandi proporzioni da sembrare delle esagerazioni inverosimili. Questa difficoltà era stata prevista in anticipo dagli stessi colpevoli.
Come riferisce Primo Levi, molti sopravvissuti ricordano che i militari delle SS si divertivano ad ammonire cinicamente i prigionieri: ”In qualunque modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l’abbiamo vinta noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà, forse ci saranno sospetti, discussioni, ricerche di storici, ma non ci saranno certezze, perché noi distruggeremo le prove insieme con voi.
E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi perché siano creduti: dirà che sono esagerazioni della propaganda alleata, e crederà a noi che negheremo tutto e non a voi. La storia dei lager, saremo noi a dettarla”.
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giovedì 9 dicembre 2010
La piazza dell'Italia che vuole cambiare
Sabato 11 dicembre tutti a Roma in piazza San Giovanni: sarà la festa della liberazione dal berlusconismo
Sulla grande manifestazione organizzata dal Partito democratico a Roma il prossimo sabato 11 dicembre, il Pd non lancia numeri a caso ma si attende una grande partecipazione e la piazza San Giovanni gremita di gente perché come ha dichiarato ai giornalisti Nico Stumpo, responsabile organizzazione del Partito: “Chi partecipa potrà dire il giorno dopo c'ero anch'io”.
Ecco i dati della manifestazione: imponente è già la base di partenza, costituita dai 93mila militanti. Per questo sono previsti due cortei: uno partirà da piazzale dei Partigiani e uno da piazza della Repubblica, dalle ore 14.00, cortei che si riuniranno alle 15,30 a piazza san Giovanni dove è atteso il comizio finale del Segretario del Pd Pierluigi Bersani. Arriveranno da tutta Italia, 18 treni speciali e i 1500 pullman che giungeranno a Roma sabato mattina.
Da Piemonte e Basilicata sono state organizzate anche due bande musicali, che si uniranno ai due cortei, ai quali parteciperanno anche una rappresentanza del forum immigrazione del Pd, dei giovani democratici e del forum donne. Dal Piemonte, poi, arriveranno anche 20 pullman del Movimento dei moderati. A questi si aggiungeranno le adesioni non organizzate, provenienti da fuori città e dalla Capitale e mobilitazioni sono previste anche all'estero, da Sidney a Zurigo, quest'ultima collegata via satellite con Roma. Ai partecipanti saranno distribuiti come gadget ombrelli e scaldacollo con le insegne del Partito democratico.
Sarà una grande festa per gli italiani che vi parteciperanno, con momenti di musica ed altri di riflessione. Sul palco, che l'organizzazione del Pd sta già cominciando a montare in piazza San Giovanni, saliranno tanti famosi artisti italiani: Neffa, con la canzone 'Cambiera' che è già colonna sonora di molte iniziative Pd; Simone Cristicchi; il trombettista jazz Roy Paci; la cantautrice Nina Zilli e la Med Free Orkestra. Anche dei semplici cittadini rappresentativi di diverse generazioni, daranno il loro contributo alla manifestazione del Partito democratico, leggendo alcuni articoli della Costituzione della Repubblica italiana, che sarà quindi l'altra grande protagonista della manifestazione di San Giovanni.
Infine chiuderà la manifestazione il Segretario Pier Luigi Bersani, l’unico rappresentante del Pd ad intervenire alla kermesse del Partito. Il leader democratico chiederà uno sforzo comune per liberare il Paese da Berlusconi ma guarderà anche avanti, delineando l'Italia che sarà. Gli altri dirigenti democratici assisteranno all'evento in uno spazio ai piedi del palco. La manifestazione sarà seguita in diretta da Rai news 24, da Sky, dalla tv del Partito democratico: Youdem oltre che da una serie di altri social network.
"Per sabato si prevede una partecipazione molto alta, sarà una manifestazione di svolta, e prima di tutto una festa di liberazione dal berlusconismo”, ha dichiarato alla stampa Stefano Di Traglia, Responsabile comunicazione del Pd. Ai giornalisti che gli hanno chiesto: “Sarà una spallata?”, Di Traglia ha risposto: "Ci proviamo, la manifestazione è a due giorni dal voto della mozione di sfiducia al governo e tutti coloro che parteciperanno, vogliono che l'esecutivo cada, ma non vogliono solo la protesta, vogliono come noi che si apra una fase nuova nel Paese per poter finalmente immaginare una nuova Italia, per questo lo slogan della manifestazione è 'Con l'Italia che vuole cambiare'”.
Riguardo la partecipazione di altri leader dell’opposizione alla manifestazione contro le politiche del governo Berlusconi, dalla sede del Pd al Nazareno non si pongono obiezioni: "Chiunque voglia venire è il benvenuto", dichiarano gli esponenti del Pd alla stampa.
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sabato 6 novembre 2010
Assemblea Nazionale dei circoli PD
Auditorium Conciliazione di Roma, 6 novembre 2010
"Faremo una manifestazione nazionale contro il governo. Se siete d'accordo la faremo l'11 dicembre a Roma", dice Bersani e l'Auditorium si scioglie in un applauso: "Bene, vedo che siete d'accordo. Abbiamo a cuore tre cose: democrazia, lavoro, solidarietà. Parleremo di questo a un Paese sbandato. Stiamo facendo una grande iniziativa capillare estesa in tutto il paese. Siamo l'unica forza che può farlo".
E tra gli applausi dei Segretari, Bersani ha concluso l’Assemblea nazionale dei circoli: “Che bel Partito che siamo, siamo una gran bella squadra -ha esordito il Segretario- ed ho l’idea che questo potrà generare un cambiamento. Grazie per la partecipazione numerosa, questi sono dati che ci fanno riflettere. Quando noi dirigenti parliamo con i compagni e amici vicini alla gente comune, ne ricaviamo un di più di forza e coraggio, mentre, man mano che ci allontaniamo, un avvitamento nostro, ci fa perdere di vista l’obiettivo. Tra la tivù, i giornali e la gente si è creata una frattura, c’è un muro comunicativo che dobbiamo superare. Il senso comune si sta distaccando dalla politica e c’è un problema di sfiducia e radicalizzazione non inferiore ai primi anni novanta, descritti con uno scollamento drammatico tra gente e politica”.
“Il mio ragionamento è questo –ha detto Bersani-, quello di questi tempi, non è un passaggio da un governo all’altro, ma un passaggio di cui si parlerà nei prossimi anni. Con questa premessa: cercare di uscire dal cerchio surreale di una politica distante, in quanto noi siamo l’unico vero Partito a radicamento nazionale di questo Paese. Noi facciamo 2000 Feste l'anno. A noi la Lega e Berlusconi ci fanno un baffo! Voi –ha detto rivolgendosi ai dirigenti locali- siete stati stimolanti e interessanti e vi siete occupati del tema del Partito. Ma ancora, questo non è il Partito democratico che voglio io, lo Statuto non mi consegna ancora la forbice. Dobbiamo trovare il modo di diventare il Pd e noi lo faremo. Andiamo a vedere i dati: l’80 per cento dei Segretari provinciali è sotto i 40 anni, mi viene da dire andiamo avanti così, ma voi delle altre generazioni date una mano. Bisogna sostenere un rinnovamento che significa si il voto per quello più giovane ma anche dare una mano. Ed io farò così. Avanti la nuova generazione ma con un po’ di memoria, di esperienza, di know-how. Dobbiamo misurarci con un progetto per l’Italia. Per dare un profilo culturale al Paese e lo faremo facendo un Partito su base territoriale. Il territorio resta il luogo privilegiato dove poter selezionare la gente che è in grado di guardare gli altri all’altezza degli occhi”.
"Questo per una ragione politica –ha spiegato il Segretario-, se uno non pensa di avere qualcosa alle spalle non può fare politica. È questo il tema, noi non crediamo nel Partito personale e pensiamo che la democrazia sia questo. E sul simbolo di Partito io Bersani non ce lo scrivo, Noi abbiamo preso un’altra strada rispetto alla personalizzazione di Berlusconi, e ciò sarà un vantaggio per noi, in Europa e nel solco delle grandi democrazie occidentali. Prima di tutto questo è un passaggio di fase e non possiamo accettare altre forme di governo di questo genere anche quando Berlusconi non ci sarà più. Davanti a questo, ci deve essere il decisionismo, ma non personalismo, anche se siamo assuefatti ad una personalizzazione dei Partiti. C’è una utilizzazione della legge elettorale come una nomina e noi su questa dobbiamo mettere mano e far riflettere la nostra gente, e avere tanto popolo a cui rivolgerci. Riflettiamoci, parliamo da Segretario a Segretario, da dirigente a dirigente se necessario. Alla prima Direzione da Segretario del Pd, ho detto: non sono permaloso, ho un atteggiamento amichevole verso tutta la nostra squadra, l’unico limite è che ci sia una critica rispettosa dei membri dell’associazione. Da adesso in poi io lo pretenderò. Faccio una scommessa: noi fra non molto, saremo il primo Partito del Paese. Vi chiedo: amicizia, apertura anche con umiltà".
“Siamo ad un passaggio cruciale per la storia del Paese. Noi abbiamo un Presidente del Consiglio che non può andare alla conferenza della famiglia –ha sottolineato Bersani tra gli applausi-. Noi come Pd, stiamo parlando di coerenza politica, stiamo parlando di Art.54 della Costituzione: i cittadini cui sono affidate funzione pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore. Quindi, la correttezza politica è necessaria ma prima ancora viene quella personale, o in alternativa ci sarà una politica senza civismo: ci si dimentica che un minore è un minore e non puoi sbatterlo su una strada, non sono mica noccioline, questi, sono temi devastanti, è un aspetto drammatico, è una vergogna, non si può traccheggiare su queste cose. Il Segretario di Lussemburgo ci chiede come fate. Questi fatti ci screditano in tutti i tavoli esteri, tolgono dignità all'Italia”.
Bersani ha poi denunciato il pericolo della propaganda di Berlusconi che sta sulla faccia della soluzione e non sul problema, come ad esempio per la Campania, dove bisogna dire che c’è un ‘problema micidiale’, non piuttosto, ‘faccio un miracolo’. L’insufficienza delle soluzioni secondo questo governo è sempre colpa di qualcuno e inalberano ulteriormente le questioni. Anche nel dramma del Veneto alluvionato adesso denuncia: "il Veneto è abbandonato… ma se hai tutto tu! Un bel capolavoro ha fatto Berlusconi in questi mesi: massacrare la scuola e aumentare la spesa corrente. Se c’è una crisi, questa può far venire meno dei concetti basici di solidarietà: prima salviamo quelli e poi il resto. Anche nelle amministrazioni, se ci sono i tagli, i soldi devono andare prima ad una cooperativa di disabili ad esempio e poi al resto. Questo siamo noi, questo è il Pd. Insomma c’è ben altro da fare: Andiamo al soccorso del lavoro, dell’impresa, delle famiglie a basso reddito –ha dichiarato Bersani– perché con la crisi, abbiamo perso più degli altri, ma rimontiamo meno. L’Europa ci dice che abbiamo il debito più alto. Chi arriva dopo qua è in macello, come al solito.." ha detto ironicamente riferendosi alle due volte in cui il centrosinsitra ha vinto e ha dovuto rimettere in sesto le finanze pubbliche massacrate dalla destra.
“Il Paese sta andando alla deriva e noi diciamo: Berlusconi si dimetta, e chi l’ha criticato, stacchi la spina. Perché? Non ha curato la crisi economica, c’è crisi nella maggioranza di governo e siamo avvitati a problemi inutili. Non vogliamo ribaltoni del Paese, ma una ripartenza. Chiunque ha responsabilità e possibilità se le prenda, noi abbiamo chiarito qual è la nostra disponibilità. Noi stiamo lavorando per un progetto alternativo al centro-destra e ci stiamo muovendo sul lato dei contenuti: lavoro, legalità, regola e civismo. Ci vogliono: politiche industriali e della ricerca, lotta al precariato, fondi alla scuola e università, federalismo, insomma forze di un centrosinistra di governo. Al di là di queste mosse politiche noi abbiamo voluto questa iniziativa del 'porta a porta' che significa la presenza del Pd nei luoghi della gente, per dirgli cosa proponiamo. Una grande iniziativa capillare ed estesa in tutto il Paese. Dobbiamo avere la capacità di muoverci!”
“A Torino ho parlato partendo dal Mezzogiorno per creare una grande forza riformatrice. Ed ora devo chiedere a voi se siete d’accordo per fare l’11 dicembre a Roma una grande manifestazione nazionale”, ha chiesto il Segretario alla platea, che ha risposto con un lunghissimo applauso di consenso.
“Bene, allora è deciso così e la faremo per la democrazia e il lavoro e per dare solidarietà ad un Paese sbandato. La giornata di oggi ci dice che possiamo far vivere con orgoglio del Pd e senza il nostro progetto, altrimenti ci si tiene Berlusconi o il berlusconismo. Quindi chiediamo un rapporto amichevole alle forze politiche e anche sociali, agli associazionismi. Dobbiamo trovare una chiave di collaborazione. Basta tatticismi e autolesionismi, mettiamoci coraggio. Anche alla Lega dico basta ipocrisie, non mi si dica Roma ladrona se state con chi ha fatto a Roma le leggi per le cricche. Non mi si dica federalismo o autonomie, fanno da badante a Berlusconi per prendersi l’eredità sono il sottovaso di Berlusconi e aspettano”.
“Chiudo dicendo che abbiamo una certa idea di Partito e di come dovremmo costruirlo. Questa è una grande occasione di crescita del Pd. Noi non accettiamo di raccontare favole agli italiani, politica significa avere un progetto alternativo, perché corre l’idea che chi fa politica è uguale. Invece la differenza c’è e noi la dobbiamo considerare. Chi dice che non c’è differenza tra noi e il PDL tira acqua a Berlusconi. Impegniamoci tutti perché il futuro è cruciale e non intendo giocarmelo tra quattro mura: mettiamoci fiducia e ottimismo si capirà che siamo preoccupati dell’Italia e vogliamo dare un cambiamento vero al Paese”.
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venerdì 15 gennaio 2010
Il nucleare delle bugie
Il governo, già in campagna elettorale, imbroglia i cittadini rifiutandosi di dire dove vorrà realizzare le centrali nucleari. Una scelta impopolare che viene rimandata a dopo le elezioni.Il ministro per i rapporti con il Parlamento, Elio Vito interrogato durante il Question time alla Camera dell’esponente del Pd Ermete Realacci sull'esistenza di possibili siti nucleari, dapprima ha temporeggiato, poi si è rifiutato di indicare l'elenco dei siti nucleari, preoccupato per gli effetti sulle prossime elezioni regionali, ma non ha smentito che la lista in via di predisposizione ricalchi quella definita a suo tempo dal Cnen (Comitato Nazionale per l'Energia Nucleare), dato che i criteri di base per localizzare un sito per la costruzione di una centrale nucleare, rispettano le geo-morfologiche dell’Italia che non sono certo cambiate negli ultimi anni. Ciò significa molto semplicemente che degli oltre 40 siti della mappa nucleare dell'Italia, almeno due si trovano nel Lazio: uno è la zona costiera di Montalto di Castro, già scelta trent'anni fa per costruire una centrale atomica, l'altro è l'area alla confluenza del Tevere e del Nera tra Orte e Magliano Sabinaquesti, in quanto, in base alla mappa stilata a suo tempo dal Cnen, questi due siti soddisfano i requisiti richiesti dal nucleare, a cominciare dall'ampia disponibilità di risorse idriche.
Mentre ai cittadini viene tenuto nascosto dove nasceranno gli impianti nucleari, la lista è perfettamente a conoscenza non solo del governo ma anche delle imprese interessate all'affare: di recente l'ha ammesso candidamente lo stesso amministratore dell'Enel Fulvio Conti, dichiarando testualmente che "nemmeno sotto tortura avrebbe rilevato la lista".
La scelta del nucleare è certamente una scelta scomoda per gli amministratori locali e per vincere le elezioni, quindi la scelta è quella di rimandare il dove, il come e il quando parlare di nucleare al giorno dopo l'esito delle urne.
Il 26 aprile 1986 a Chernobyl ebbe luogo il più grande disastro della storia dell'applicazione pacifica dell'energia nucleare (Disastro di Chernobyl), fu talmente tale il terrore del ripetersi di un evento di tale portata anche nel territorio nazionale che l'8 novembre 1987 ai tre referendum sulle centrali elettriche nucleari, la maggioranza dei votanti si esprisse per la rinuncia all'energia nucleare. Considerati i risultati del referendum, il Governo procedette alla sospensione dei lavori della centrale di Trino 2, alla chiusura della centrale di Latina, alla verifica della sicurezza delle centrali di Caorso e di Trino 1 e alla verifica della fattibilità di riconversione della centrale di Montalto di Castro.
La soluzione ai problemi energetici del paese non è un ritorno al nucleare che, a questo stato di tecnologia comporta costi elevati, tempi molto lunghi, problemi legati allo smaltimento delle scorie radioattive, ma un forte investimento in efficienza, risparmio energetico, innovazione tecnologica, fonti rinnovabili per affrontare le sfide che abbiamo davanti oltre ad accompagnare, aiutare, sostenere le scelte di imprese, istituzioni, cittadini che consentono di migliorare la qualità della nostra vita e la competitività della nostra economia, cogliendo le opportunità offerte dalla green economy, come avvine in Francia e nel Regno Unito dove investono per la realizzazione di impianti biogas alimentati con insilato di mais e insilato di piante intere.
Il biogas è una delle forme di produzione energetica più ecologiche al mondo, in quando può essere generato da liquame, letame, cibo e altri rifiuti, tutti agenti inquinanti che però, se utilizzati a dovere, potrebbero tornare più che utili.
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mercoledì 13 gennaio 2010
"Sono stato a Rosarno" di Jean Leonard Touadì
Vorrei ringraziare di cuore tutti voi che mi avete incoraggiato mentre andavo a Rosarno.Venerdi 8 mi ero svegliato senza minimamente pensare che sarei andato in Calabria. Non era in calendario. Solo che, arrivando in ufficio, vedendo su Sky le immagini agghiaccianti che provenivano da Rosarno ho deciso di andare giù. Era la prima intuizione. Sentivo che il mio posto era lì, accanto a questi giovani ragazzi africani nuovi schiavi africani nell'Italia del 2010; accanto a questa città sconvolta dalla violenza e dai saccheggi. Ho sentito dentro di me che dovevo stare lì senza nemmeno focalizzare per bene lo scopo. Ma la prima intuizione non poteva da sola bastare. Devo sempre ricordare a me stesso che non sono più solo ed esclusivamente me stesso, con i miei pensieri, i miei slanci, le mie pazzie. Non sono più il giornalista di una volta che usava partire d'improvviso verso terre di fuoco dove i conflitti miettevano vittime e la testimonianza giornalistica era nello stesso tempo un dovere e una missione. Devo sempre ricordare che ho una personalità pubblica, sono deputato della repubblica, sono parte di un movimento politico (Il Pd) e dunque ogni mia mossa ha una valenza e una lettura pubblica. Ho, quindi, responsabilmente preso tutti i contatti istituzionali, parlamentari, di partito e con le autorità locali calabresi. In realtà, tutti sconsigliavano per validissimi motivi che condivido la mia visita a Rosarno. Ma ho deciso lo stesso di andare perchè sentivo più forte il mio imperativo categorico personale, al contempo etico e politico. Ho deciso che il mio posto era lì. Fortunatamente l'Alitalia ha fatto la brava. Ho trovato subito posto e ho prenotato una macchina per andare da Lamezia a Rosarno accompagnato da Mattia Stella, mio bravissimo assistente e coadiuvati da Roma dalla mia fidatissima segretaria Giulia.
Sono arrivato a Rosarno alla guida di una punto grigia. Ad aspettarci al Casello un sacerdote, Don Pino, referente locale dell'associazione Libera di Don Ciotti, una vera manna grazie al quale ho potuto trovare la strada per incontrare le persone che m'interessava incontrare, i giovani immigrati.
Mi sono trovato in mezzo a due realtà infuocate, a due vittime arrabbiate e sotto shock: da un lato gli abitanti di Rosarno quasi tutti fuori nelle piazze con la rabbia dentro il cuore e sui volti. Mi sono fatto strada preceduto da Don Pino e, passando, ho provato a stabilire un contatto con un sorriso, una stretta di mano, un'occhiata. Sentivo dall'altra parte solo indifferenza, fastidio oppure sfida. In fondo ero un nero, ben vistito certo, sorridente certo ma un nero e non capivano cosa stessi facendo lì nella loro Rosarno accompagnato da quel prete amico dei "nivuri". A pochi metri loro, il gruppo dei ragazzi stranieri che mi hanno accolto come si accoglie in Africa una persona più grande, un amico, ma anche con diffidenza. Dentro di loro potevo leggere: "cosa ci fa qui un nero circondato dal rispetto di tutti, compreso quello degli ufficiali dei carabinieri che davanti a lui dimostrano rispetto". Sentivano che ero diverso non solo per l'età e i cappelli grigi, ma qualcosa diceva anche che ero uno di loro. Che si potevano fidare. I dubbi si sono sciolti quando ho salutato in modo per loro inequivocabile, in francese e in inglese, ma con gesti e una retorica per loro familiare. Ho sentito la tensione allentarsi e il silenzio calare su quei volti impauriti e diffidenti di fronte all'autorità italiana. Ho detto loro due cose: la prima e la più importante per me era la solidarietà e la vicinanza per le loro condizioni di vita, di lavoro e per il naufragio dei loro sogni. Ho detto loro che mi vergognavo come africano di vederli in quel posto in condizioni peggiori di quelli dai quali pensavano di sfuggire. Ho detto loro che mi vergognavo per la morte dei loro sogni nel miraggio agognato che si è rivelato più arido del deserto abbandonato in Africa. La seconda cosa che ho detto loro era che dovevano abbandonare la strada della violenza, frutto di una rabbia istintiva di fronte alla sparatoria di cui sono state vittime cinque di loro, ma che era una strada senza uscita, un vicolo cieco che rischiava di seppellire le mille ragioni della loro rabbia e frutrazione di fronte alla condizione di schiavitù dentro la quale si trovavano. Ho ricordato loro che in Sudafrica e soprattutto nella lotta per i diritti umani, le cose migliori che i neri avevano ottenuto li avevano ottenuti con la pratica della non violenza, fatte salve ovviamente le situazioni estreme di legittima difesa di fronte ad una oppressione insopportabile. Loro mi hanno risposto facendomi vedere le loro condizioni di vita. impossibili da descrivere in un testo. Mi hanno raccontato di guadagnare 25 euro dei quali 3 vanno a pagare il pasto quotidiano, 5 per il trasporto e l'intermediario e altri 5 per il pernottamento in quelle condizioni indegne degli esseri umani. Mi hanno detto che loro non potevano accettare di essere considerati delle prede vittime della voglia di sparare degli abitanti del luogo che ogni tanto scarivano su di loro dei proiettili ordinati e indirizzati dalla malavita organizzata senza la quale nulla si muove in queste contrade. Mi hanno spiegato che loro avevano ormai paura e che volevano lasciare al più presto Rosarno, se possibile nella notte stessa. Avrei voluto portarli tutti a casa mia. Mi sono accontentato di spiegare loro che le autorità stavano pensando ad evacuarli con i tempi lenti delle decisioni politiche ed amministrative. Avevano ragione loro. Dieci minuti dopo la mia partenza da Rosarno ci sono state altre aggressioni.
Mi ero trovato a Rosarno in una situazione alquanto ambigua. Due fazioni l'una di fronte all'altra e io in mezzo. Due fazioni di cui mi sentivo parte: l'Africa delle mie origini; e l'Italia mia terra di scelta, di vita, la mia nuova patria e quella dei miei figli. Ero in mezzo, impotente ma deciso a fare la mia parte perché potesse rimanere un filo aperto tra le due fazioni. Non potevo e non dovevo scegliere. Ero obbligato ad essere un uomo di mediazione, un politico e cioé una persona di pace che ricompone ad armonica ricomposizione gli interessi divergenti presenti nella società. Mi sono sentito impotente ma utile; amareggiato per l'accaduto ma determinato nel proseguire la via della mediazione sociale e culturale.
Voglio, vorrei, offrire all'Italia un cantiere, un laboratorio, un sogno. Quello di una società senza schiavi che vagano da un punto all'altro della peninsola, bracianti senza diritti ne dignità, vittime del "cattivismo" della Lega e del Ministro Maroni. Un'Italia talmente sicura di se, delle sue risorse, del suo patrimonio da non temere la novità dell'innesto. Un'Italia che non teme la consapevolezza di un'identità che sia un organismo vivente ad alta complessità e diversità. Un'Italia meticcia dove le persone contano perché sono persone e dove la democrazia si misura nella capacità de restituire umanità alle donne e agli uomini, qualunque siano il colore della pelle, la condizione sociale, la religione, l'orientamento sessuale. Un'Italia che abbandoni le strade della paura per solcare le piste di un futuro plurale, equo e socialmente inclusivo.
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giovedì 17 dicembre 2009
Si rinvia il provvedimento che censura il web
Il medium è il web e il messaggio è violenza. Un connubio tornato al centro dell’agenda politica dopo la comparsa, su Facebook, di alcuni gruppi a pro e contro Massimo Tartaglia, l’aggressore di Silvio Berlusconi. Il ministro Maroni aveva annunciato un ddl relativo a menifestazione e internet al Consiglio dei Ministri di oggi, per poi annunciare il rinvio dell’approvazione nel prossimo incontro del Governo.
Intanto, però desta preoccupazione l’avventatezza della maggioranza a legiferare su un argomento tanto delicato qual è il web. La libertà d’espressione non può essere irremediabilmente compromessa dalla fretta di agire. “Dobbiamo fare qualcosa per evitare che sui siti Internet ci siano veri e propri inni alla violenza” afferma il presidente del Senato durante il tradizionale scambio di auguri per Natale con la stampa parlamentare, ma questo non vuol dire far vincere un’ingiustificata impazienza senza fornire una risposta adeguata al problema.
D’altronde le manifestazioni di intolleranza su Internet, che nessuno esita a condannare, non possono essere scambiate per ciò che non sono, e cioè come la prova che è necessario restringere gli spazi di libertà sulla rete.
Ecco bisogna capire, ma abbiamo la sensazione che il governo fa le cose di fretta. Come nell'immagine, ha scambiato un nuovo modo di comunciare per qualcos'altro...
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venerdì 20 novembre 2009
No al processo breve

I senatori del Pd sostengono che a rischio di estinzione sono anche tutti quei processi che riguardano reati come la truffa, la bancarotta semplice, i reati contro la pubblica amministrazione, oltre quelli fiscali e valutari.
La prima reazione del segretario del PD, Pier Luigi Bersani: "Spero che la maggioranza presenti proposte concrete. Se sono per annullare i processi in corso noi non ci siamo, non possiamo insultare le vittime di reati per aggiustare due o tre questioni. Se vogliamo migliorare il servizio della giustizia, siamo qua a dire si. Diciamo no alla cancellazione dei processi in corso. Spero che la maggioranza, dopo tutti questi dialoghi, se ha intenzione di procedere a una riforma seria presenti proposte concrete. Se intende annullare processi in corso non possiamo esserci".
Il segretario PD trova tempo anche per liquidare la proposta Pdl sull'immunità parlamentare: "Se vogliamo parlare di Parlamento parliamo di riduzione del numero dei parlamentari, di superamento del bicameralismo perfetto, parliamo, senza antipolitica, di riduzione dei costi della politica, non di immunità parlamentare".
La capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti: “Se è vero che l’ipotesi su cui ragiona la maggioranza è quella che per i reati puniti sino a dieci anni di reclusione vi sarebbe un’ulteriore riduzione di un quarto dei tempi di prescrizione se l’imputato è incensurato, il processo Mills a carico del premier sarebbe giusto giusto pronto ad essere dichiarato estinto e di lì a poco quello per frode fiscale Mediaset".
Basta con le norme ad personam!
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giovedì 19 novembre 2009
IL GOVERNO PRIVATIZZA L’ ACQUA !
L’acqua non è più di tutti. Da oggi sarà monopolio dei privati. L’ultima aberrazione di un governo che non conosce vergogna porta il nome di decreto Ronchi e ha visto la luce questa mattina, anche se di fatto tutto è stato deciso nel pomeriggio di ieri. Il Governo regala l’acqua ai privati: sottrae ai cittadini l’acqua potabile, il bene più prezioso, per consegnarlo, a partire dal 2011, agli interessi delle grandi multinazionali e farne un nuovo business per i privati.
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